Con tuk tuk, mongolfiere, barche, pullman e a piedi scalzi abbiamo visto pagode dorate, Budda d’oro massiccio, monasteri, orti galleggianti e mercati. E abbiamo visto e mangiato di tutto. E questo tutto chiamato Birmania lo abbiamo immortalato in centinaia di foto, così il ricordo di questo incantevole Paese resterà scolpito in modo indelebile nei nostri cuori. Il Lago Inle è stato talmente suggestivo che ogni parola sarebbe superflua. Citerò invece tutto ciò che mi ha colpito per i numeri. Come gli 8098 Budda delle grotte di Pindaya. Oppure le 729 pagine incise nel marmo del libro più grande del mondo. Sono i testi sacri del Budda. Scritti in pali, l’antica lingua dell’illuminato, possono essere letti e compresi solo da alcuni monaci. Se fossero impilate una sull’altra le pagine di marmo raggiungerebbero l’altezza di una casa di 21 piani. Mahagandayon è Il monastero più grande della Birmania.1250 monaci si dedicano allo studio dei testi sacri. Sono tre: Suta, Vineya, Abigamma per un totale di 9927 pagine. Tra un colpo di scopa e l’altro ci vogliono 35 anni per leggerli tutti e completare gli studi. Il mercato della giada di Mandalay è come un gigantesco formicaio brulicante di umanità. Il 90 per cento è dominato dai cinesi. Con il loro spiccato senso per gli affari, supportato dalla tecnologia digitale, valutano il prodotto in offerta, lo filmano e lo vendono in tempo reale in Cina. I guadagni sono buoni e i cinesi prosperano. Oggi costituiscono il 60 % della popolazione di Mandalay. Con la loro solita astuzia sono riusciti a ottenere la cittadinanza birmana. Così pagano le tasse il 10%, anziché il 30% riservato agli stranieri Nella Pagoda Mahamuni di Mandalay c’è il Budda più venerato di Birmania. Due tonnellate d’oro fuse in una statua di 5 metri d’altezza e 3 di larghezza. I fedeli si avvicinano strisciando sulle ginocchia. Chiedono miracoli, come in tutti i santuari del mondo. La faccia del Budda è splendente perché è lucidata tutti i giorni. La sormonta una corona di 5 kg, tempestata di pietre preziose, dono dei fedeli più ricchi. Nel cortile stanno tessendo la tunica con cui rivestirlo per la festa di Ta Zaung Mone. In 24 ore il processo artigianale deve essere completato. E la gigantesca tunica per il Budda deve essere finita. Il ciclo è completo. Il cotone è raccolto da piante appositamente messe a dimora in un cortile del tempio. Poia stoffa è filata, tessuta, tagliata e cucita. Ecco un altro esempio della laboriosità artigianale birmana al servizio della fede. Quasi 80 metri è invece la lunghezza del Budda dormiente della pagoda di Kyaukhtatgyi. Ma, poiché i tailandesi ne stanno facendo uno più grande, i birmani sul fianco di una collina nel sud del Paese hanno iniziato a costruirne una versione ancora più big size: sarà lunga un chilometro. Un altro record lo stabilisce il leggendario Ponte U Bein di Amarapura. Con i suoi 1,2 km di lunghezza è il ponte in teak più grande del mondo. Alla ricchezza delle scintillanti pagode dorate e allo sfavillio dei Budda tempestati di pietre preziose fanno però da contraltare le baracche dei poveri accampati sulle rive del fiume. Qui le mosche, gli stracci, i rifiuti e la sporcizia regnano sovrani. Eppure la gente appare serena. Una fanciulla poco più che bambina tiene in braccio con dolce fierezza un pargolo paffuto. Nugoli di ragazzini sciamano lungo la strada con maschere di cartapesta e stoffe colorate che raffigurano elefanti e demoni. Raccolgono offerte per i monaci per dare un ultimo saluto al Budda nel giorno finale della festa di Ta Zaung Mone. Tutti sono gentili. Se li fotografi sorridono. Se li saluti, al nostro approssimativo mingalarba rispondono sempre sorridendo con il loro più cantilenante mingalarba. La povertà sembra esorcizzata. Un altro miracolo del Budda o il buddismo, come altre religioni, è un formidabile strumento di controllo sociale? Non sta certo a me dare la risposta. Io mi limito a osservare stupito ed estasiato ciò che hanno saputo fare gli uomini sostenuti dalla fede. Quindi, dall’alto di una spettacolare mongolfiera su cui campeggia una gigantesca Araba Fenice, lo sguardo si perde sui 4447 templi in mattoni rossi di Bagan. Questa favolosa zona archeologica si estende per 40 chilometri quadrati. Una estensione quasi come quella di Manhattan. Ma in questo sito sì è incominciato a costruire cento anni dopo la nascita di Cristo, durante il primo regno di Birmania. E, per finire, nell’ultimo giorno a Yangon, la classica ciliegina sulla torta. E che ciliegiona! 27 tonnellate di lamine d’oro tempestano la pagoda Shwedagon, un enorme complesso di edifici scintillanti al sole dei tropici. Al grandioso stupa centrale fanno da corona una settantina di templi e santuari, Sfilze di pellegrini rendono omaggio alle reliquie di Budda offrendo fiori e denaro. Altri fedeli versano acqua sulle immagini sacre, Tutto ciò crea un’atmosfera mistica e suggestiva. Tutto questo grazie all’organizzazione impeccabile della DGV Travel che anche questa volta ha fatto centro.